Elogio del margine.
Elementi di clinica psicoanalitica in un testo di bell hooks

«La nostra trasformazione, individuale collettiva, avviene attraverso la costruzione di uno spazio creativo radicale, capace di affermare e sostenere la nostra soggettività, di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo.»
bell hooks
Immergendosi nella lettura del libro Elogio del margine di bell hooks è possibile incontrare in particolare nelle sue parole, e in modo inaspettato, elementi propri della pratica clinica, elementi intrinsecamente e paradossalmente avvinti ad un sapere teorico psicoanalitico. Dico paradossalmente perché, come rilevante attivista e femminista statunitense a cavallo tra il ‘900 e il XXI secolo, bell hook ha fortemente criticato, e non a torto, alcuni aspetti teorici della psicoanalisi, anche sua contemporanea, ritenuti fortementi discriminanti dal punto di vista soprattutto del genere.
Ma più si viaggia all'interno del suo scritto e sempre maggiori analogie emergono in modo sorprendente grazie ad un'analisi pragmatica e originale, che l'autrice porta avanti, di concetti che si incontrano nel lavoro clinico quali soggettività, sguardo, margine, resistenza, discriminazione, alterità.
Concetti che l'autrice ha volutamente descritto utilizzando un linguaggio diretto, duro e incalzante, mai banale, che potesse arrivare a tutti per mettere in circolo un sapere che fosse innanzitutto incarnato e vivo. Il suo linguaggio infatti è volutamente indirizzato a chi non appartiene al mondo accademico, ma a chi si trovi in una qualche condizione di marginalità, trasformandosi esso stesso da pura metalinguistica, accessibile solo ad un'élite, a strumento concreto di resistenza e cambiamento.
Cambiamento, che come si legge nel suo libro, non può avvenire solo attraverso la consapevolezza teorica e superficiale della realtà di esclusione che vivono le donne di colore in America, come certi movimenti neri e femministi descritti da bell hooks hanno stimolato (o, se vogliamo, come certe forme di psicoterapia sviluppano), consapevolezza che rischia di favorire invece un falso adattamento e un illusorio senso di inclusione sociale alla cultura ‘dominante’.
Un vero cambiamento, come anche la psicoanalisi insegna, si ottiene solo attraverso un processo di elaborazione critico ed un'analisi creativa non solo della propria storia personale ma inevitabilmente anche della società in cui si vive. Crocevia in cui differenti elementi di appartenenza tra cui, famiglia, classe, razza e genere rappresentano quella complessità la cui riscrittura è essenziale per mettere in atto un cambiamento vero e duraturo.
È in questo crocevia che è possibile trasformare la ripetizione delle tracce lasciate dall'Altro e che hanno segnato in profondità la vita soggettiva in una spinta generativa di ripresa, intesa come opportunità di fare del proprio destino una seconda chance. “La cosa essenziale è che il passato sia riscritto dal soggetto mentre si muove verso il futuro e che questa azione di riscrittura sia un modo di pensare la memoria a partire dall'avvenire, quindi di pensare che la memoria sia innanzitutto un compito, un compito di scrittura e non solo una catalogazione archivistica”, scrive Massimo Recalcati nel libro “Convertire la pulsione”.
Tutto questo può avvenire solo riconoscendo di abitare quella posizione di margine propria dell'essere soggetti mancanti e che viene descritta dall'autrice in una delle sue manifestazioni più estreme dalla condizione in cui viveva, e vive ancora in parte, la comunità delle donne afroamericane. bell hooks interpreta il concetto di margine sia come luogo inevitabilmente di sofferenza e discriminazione sia come luogo di resistenza, spazio di trasformazione da cui prendere slancio per abbracciare nuove opportunità di stare nel mondo. Perchè è attraverso lo stare sul bordo che è possibile riconoscere l'alterità come terreno di cultura da cui sorge il proprio desiderio soggettivo, unica vera condizione che possa aprire all'inedito.
La soggettività viene messa cosi al centro di un discorso in cui la vita personale e la politica si intrecciano, si influenzano a vicenda determinando una complessità non solo di vissuti ma anche di manifestazioni di vita singolari che spesso i movimenti femministi più conformisti hanno sottovalutato. bell hooks toglie così il velo alle maschere di una falsa integrazione dettata da pratiche solo formalmente inclusive per mostrare nello specifico un reale di emarginazione e discriminazione ma anche di potere di trasformazione. La traiettoria del suo agire e pensare parte da un'interrogazione personale, ma sembra indirizzata anche a tutti coloro che in qualche modo hanno sentito di vivere al margine invitandoli ad abbracciare "la lotta personale che si conduce per definire la posizione da cui ci si dà voce - lo spazio del teorizzare".
Teoria e azione vivono nelle intenzioni dell'autrice come forze inseparabili e necessarie alla “lotta” affinché la propria soggettività possa avvenire, evento che può compiersi solo se si condividono presa di coscienza e critica delle proprie radici e riconoscendosi, allo stesso tempo, parte di una comunità, per non cedere al richiamo di un individualismo perdente e fortemente enfatizzato dalla cultura capitalistica.
Inoltre il concetto di lotta non può non richiamare anche il duro lavoro di elaborazione del conflitto interiore a cui si va incontro inevitabilmente in un percorso analitico e in cui sono coinvolte in un confronto serrato le proprie istanze pulsionali, rappresentanti a livello inconscio del conflitto tra il proprio desiderio soggettivo e le richieste esterne di adattamento sociale.
Infine un concetto che colpisce in modo particolare del testo di bell hooks è quello riferito allo "sguardo", sguardo inteso come atto di r-esistenza, presa di posizione, sguardo di opposizione che l'autrice rivolge alla rappresentazione cinematografica in particolare della femminilità nera del suo tempo. Il cinema diventa per alcune intellettuali e attiviste di colore, lo spazio di affermazione della propria soggettività attraverso l'osservazione critica, lo sguardo oppositivo alla definizione unidirezionale e oggettivante del corpo delle donne di colore da parte della cultura dominante.
L'autrice mette in guarda dalla seduzione che il cinema Hollywoodiano inscena attraverso la rappresentazione di storie idealizzate che riguardano solo la cultura dominante e che le comunità afroamericane subiscono, spinte a sognare o a considerarle come le uniche desiderabili, incluso un certo sessismo di cui sono vittime prima di tutto le donne bianche.
Allora decidere di sottrarre lo sguardo o di guardare con spirito critico una certa cinematografia di massa rappresenta un atto di resistenza all'assuefazione del trovarsi davanti allo schermo, che come uno specchio sia in grado di riflettere solo la propria impotenza.
Guardare o non guardare sono quindi interpretati come frutto di una scelta, come una silenziosa ma potente forma di libertà.
Il potere passa dallo sguardo, dice bell hooks, prima ancora che dalla parola, come anche nello sguardo che troviamo protagonista nel soggetto e nell'Altro nella teoria di Lacan riguardo allo stadio dello specchio. Essere guardati, guardarsi, guardare possono essere movimenti di una portata tale da segnare in modo indelebile il corpo e con esso la possibilità di sentirsi non solo amabili ma anche autorizzati ad esistere. Ma anche sguardo inteso come passaggio da un senso di impotenza, legato al subire lo sguardo dell’Altro, all’audacia di poter guardare a propria volta, di partecipare cosi attivamente ad una relazione, ma soprattutto alla costruzione della propria soggettività rendendo generative le tracce lasciate dal passato della nostra storia personale e culturale.
Bibliografia
bell hooks, Maria Nadotti, Elogio del margine. Scrivere al buio, Ed. Tamu, 2020
bell hooks, Il femminismo è per tutti, Ed. Tamu, 2021
Jacques Lacan, “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io” (1949) in Scritti, Einaudi, Torino, 1974.
Massimo Recalcati, Convertire la pulsione? Sul processo di soggettivazione nell'esperienza dell'analisi, ed. Paginaotto, 2020.