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La morte, un concetto infinito.

Riflessioni su “La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia” di Massimo Recalcati

Incisione da "Camille Flammarion, L'Atmosphère: Météorologie Populaire"
Incisione di anonimo - Da Camille Flammarion, L'Atmosphère: Météorologie Populaire (Parigi, 1888)

Il titolo, “La luce delle stelle morte”, fa riferimento al fenomeno per cui vediamo la luce di stelle ormai spente. L’autore, Massimo Recalcati, paragona questo fenomeno alla “luce” che orienta e illumina il nostro brancolare di essere umani parlanti.

Il libro, edito da Feltrinelli (novembre 2022), tratta e interroga, l’esperienza della perdita e del lutto delle persone care che ci lasciano, irrimediabilmente. Che cosa è in gioco nella perdita di qualcuno, per noi significativo, che muore? Quante morti abbiamo vissuto di persone a noi vicine, con cui ci siamo identificati: un compagno di scuola o di giochi che viene a mancare.

Un affetto, quello del lutto, che può produrre in ciascuno di noi l’esperienza della perdita: una persona cara non c’è più perché “è morta”.

L’identificazione all’oggetto perduto è l’alternativa melanconica al lavoro del lutto.” È ciò che scrive Recalcati.

Il modo di reagire al lutto sarebbe la sua elaborazione: ma basta elaborarlo?

Quella della morte è un’esperienza insensata, è un biglietto di sola andata che stacchiamo nascendo, dice Sartre, che nel libro di Recalcati è citato.

Se non abbiamo mai sperimentato la morte, di fronte al corpo inanimato di una persona cara, sperimentiamo il “nonsenso” dell’“eternità”. L’eternità è ciò che speriamo per quel corpo morto da cui non riusciamo a staccarci. Come i santi nelle teche, che ritroviamo e che ci danno conforto.

Totò usava un’espressione per dire l’evento morte: è morto ‘e morte, per dire che non si poteva che ripeterne il nome e che non c’era altro modo di dirlo.

La definiva così anche nella raccolta di poesie che prende il nome da quella più importante, “'A Livella”, dove dichiara il suo disappunto per le smanie borghesi di prestigio e potere, per la loro vana vanità.

Il “principe della risata” così definiva la morte: “'a livella”, una parola che rende bene l’irreversibilità della perdita, dandole un carattere definitivo, “appiattito”, “livellante”.

Livellare, appianare, rendere tutto uguale, mentre a noi vivi tocca un lungo e irreversibile lutto.

Lei, la morte, è il Padrone assoluto, senza uguali per forza ed efficacia: da un dolore simile si esce solo sublimando o, meglio, creando qualcosa: un disegno, un fiore, una musica, una poesia, inventando qualcosa.

A scuola si studiava Carducci “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano…”; o Pascoli, che per sconfiggere il buio:” Fratello ti do noia ora se parlo…”, aveva messo in versi l’angoscia che il buio prefigurava.

Una pubblicità, che tutti calpestano frettolosi ma che non si può evitare di vedere, campeggia davanti alla metropolitana di Milano. C’è scritto, all’ingresso per terra : “non correre, al capolinea ci arrivano tutti”.

È una pubblicità dei servizi funebri che non potrebbe essere più macabra. Il suo carattere ambiguo ma efficace rispetto al monito: “non correre” colpisce e cattura l’attenzione proprio nel momento in cui si prende il mezzo più rapido per attraversare la città. Ma è il “capolinea” che ci tocca.

Massimo Recalcati ha avuto la capacità e la forza di proporre questo tema con il suo stile peculiare: identificato con i tanti, dà prova di umanità andando nelle profondità della finitezza della condizione umana.

Ci sono però dei modi, come esplicato bene nel testo, per trasformare la nostalgia dei nostri morti: quando essa viene assimilata, divenendo eredità che ci lascia chi se ne va, con la propria testimonianza.

Per realizzare quanto lui non ha realizzato o avrebbe voluto realizzare o per dare corpo a ciò che supponiamo volesse, talvolta da noi.

È l’unica possibilità di “sfruttare” la morte. Laddove qualcuno si è battuto per una causa e l’ha portata a compimento, in quel caso è possibile interpretare il messaggio di chi muore, e merita che gli venga attribuita un’eredità. Una trasmissione di desiderio che il defunto ci lascia.

Ulisse aveva come guida il “nostòs” il ritorno a Itaca, alla sua terra, a Penelope, una nostalgia, in questo caso, che può inizialmente lasciare dell’amaro in bocca, per poi poter gustare il dolce che procura l’essersi battuti per una causa, l’essere testimoni per e di una causa.

È questa l’eredità con cui talvolta si valorizza la perdita. Allora un padre ed il suo desiderio possono diventare preziosi per il figlio che ricostituisce la sua eredità, la sola che sia possibile lasciargli. Una volta morti possiamo lasciare solo delle eredità che sono sostenute da un desiderio: come quello di amare e di aver amato.

Un desiderio rivendicato con forza può costituire un’eredità.

C’è poi un resto, il residuo del lutto, dice Recalcati, che è ciò che non può essere elaborato. Come Ulisse non può davvero ritrovare la sua Itaca, come non può ritrovare il corpo materno cosi non c’è nessun Dio da aspettare, da aspettarsi.

Progredendo nella lettura, il libro si complica perché sono i concetti a complicarsi.

L’esodo e la Terra Promessa, il mito della Madre, tutto sembra tornare all’utero da cui ha preso forma la vita, in cui tutto è iniziato.

La morte quindi diviene un concetto infinito.