Dall’acquerello all’haiku e ritorno: un inconsapevole viaggio nell’inconscio.
Intervista a Nicola Magrin
Da sempre le opere di Nicola Magrin mi evocano immagini e poesia: una lingua affine a quella dei sogni e della psicoanalisi. È ciò che gli ho subito detto al telefono, quando l’ho chiamato per proporgli un’intervista.
Candidamente, mi ha risposto che il suo mondo è ben lontano da quello psicoanalitico, e che sarebbe spettato a me trovarvi qualche attinenza per il blog Stanze sul mare.
Convinta di quanto scrive Freud ne “Il poeta e la fantasia” – ovvero che “un’opera inizia solo a partire da una velatura dell’inconscio e non da un suo dispiegamento immediato” – mi sono detta che proprio quell’inconsapevolezza suscitava ancor più il mio interesse per le sue opere, e legittimava, in fondo, a scomodare la psicoanalisi.
FC: Cosa ti ha portato a scegliere di rappresentare figure umane, ombre, cani, lupi, ovvero elementi fortemente simbolici che spesso ritroviamo nelle narrazioni oniriche?
NM: In verità, pur riconoscendo che quel cane, quel lupo, quell’uomo o quella donna rappresentati hanno un significato, sia per chi li dipinge sia per chi li osserva, non amo pormi troppe domande. So che per il mio inconscio qualcosa vorranno dire, certo, ma a me basta collegare mente e cuore alla mano e lasciare che il flusso scorra.
Mi capita di immaginare un quadro: paesaggi, cieli stellati, figure umane… Poi però, nell’atto pittorico, mi lascio sorprendere dall’imprevisto. Altre volte c’è uno studio che precede l’opera, perché amo approfondire, sono curioso ed interessato, da sempre ed ancor più quando poi devo realizzare un quadro o la copertina di un libro.
Mi considero un uomo fortunato: mi sento libero e leggero, e anche quando dipingo ciò che provo è serenità – libertà. La stessa che sento quando sono in montagna, nella mia baita: apro le finestre e mi lascio travolgere dalla bellezza e dalla meraviglia di ciò che vedo. Noi la chiamiamo “natura”, quasi in modo astratto, ma i contadini la chiamano albero, ruscello, cima, rugiada… Danno un nome a tutto ciò che li circonda.
La pittura ad acquerello somiglia molto alla vita: è essenziale, leggera, veloce e inaspettata.
FC: Il tema dell’inaspettato e dell’inciampo ricorre spesso in psicoanalisi e nelle narrazioni di vita, nostre e dei pazienti. Cosa significa per te, nella tua pittura?
NM: Io non abbozzo a matita prima di dipingere. Ho due o tre ciotole con pochi colori essenziali, quelli che amo. Intingo un pennello cinese nella ciotola di colore diluito e vado direttamente sulla carta: è un gesto molto fisico.
Capita che mi scivoli una goccia, e con l’acquerello non puoi cancellarla. Resta lì: un timbro, una macchia, una cicatrice sulla carta – e magari diventa un lupo, un ramo, una chance, una nuova possibilità per ripensare il quadro. Inizio a giocare con quell’imprevisto, a negoziare con quell’“errore”, e mi accorgo che si tratta proprio di errori, non di traumi fortunatamente.
La pittura ad acquerello, con la sua fluidità, mi ha insegnato a interagire con gli imprevisti della vita, ad affidarmi al caso, ad accettare che non si può programmare tutto. Anche quando asciuga, l’acquerello crea spesso chiazze che non avevo previsto o voluto – ma è proprio questo il suo fascino, il suo lato poetico.
Se penso ai suoni della poesia ermetica – che non si colgono subito, ma vibrano dentro creando un senso di armonia – mi sembrano come il pennello immerso nell’acqua: un gesto armonico che non necessita traduzione. Poesia e acquerelli sono come mantra tibetani: suoni che evocano un’armonia senza dover passare per il significato.
FC: Mi colpisce come la tua descrizione dell’atto pittorico – libero, fluido, inaspettato – rimandi all’esperienza psicoanalitica come pratica di parola che va oltre la cornice canonica della comunicazione e delle sue regole.
Quella che per te è una goccia che cade sul foglio, per noi è il lapsus, l’atto mancato: qualcosa che cambia l’ordine in modo creativo e fa emergere ciò che non era intenzione emergesse.
La fluidità del tuo gesto è come le associazioni libere del paziente: “tutto ciò che dirà andrà bene”. Qualsiasi goccia, macchia, chiazza… di qualsiasi cosa detta quasi per sbaglio potremo fare qualcosa – trasformarla in un quadro imprevisto, in una strada inedita.
NM: Un po’ come accade in montagna: quando si inciampa bisogna rialzarsi. Con l’acquerello si può giocare con il caso, è ingovernabile. Una macchia può diventare un uomo o altro: solo questa tecnica lo permette.
C’è un bellissimo film di Kim Ki-duk, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, che è stato fondamentale per la mia crescita. Nel film un monaco lega insieme peli di gatto e si costruisce un pennello con cui dipinge prima con la china, poi con l’acqua – per esprimere proprio questo senso di transitorietà, di evanescenza.
Dal titolo del film è nato il mio libro Primavera, estate, autunno, inverno. 100 Haiku, in cui ho interpretato e immaginato il susseguirsi delle stagioni in un Giappone senza tempo.
FC: Nella prefazione al libro si cita Roland Barthes e il suo L’Impero dei segni (1970), dove lo haiku, genere poetico giapponese, è descritto come una “scrittura” spontanea. “Per la sua peculiarità linguistica di dire nulla, di liberare simboli o metafore,” cito dal tuo libro, “lo haiku è un unicum. Ha la purezza, la sfericità e il vuoto di una nota musicale, che nel trasmettere sensazioni o emozioni non è legata però a nessun significato particolare.”
Barthes aveva fatto dello haiku un vero e proprio mito della scrittura: “Il tempo dello haiku è senza soggetto: la lettura non ha altro ‘io’ se non la totalità degli haiku di cui questo ‘io’, per una rifrazione all’infinito, non è che il luogo di lettura.”
Inutile dirti quanti punti di contatto con la parola psicoanalitica colgo in queste righe. Come scrive Recalcati ne Il miracolo della forma, già “Miller […] evoca la scrittura dell’haiku giapponese come modello puro della riduzione significante: sforzo di poesia che non valorizza tanto l’amplificazione infinita quanto la contrazione essenziale, minima, elementare.”
E lo stesso accade nei tuoi quadri: poche figure, colori essenziali, ampi spazi di cielo.
Ma vorrei sapere: come è nato in te l’interesse che ha poi generato questo testo, o, per dirla meglio, questo insieme di parole, forme, immagini pittoriche e suggestioni poetiche?
acquerello su carta Arches, 38x28 cm, 2024
NM: Nel novembre 2023, curioso di conoscerne l’autrice, Martina Fuga, andai alla presentazione milanese di Diciotto, un libro Salani per cui avevo realizzato la copertina. In quell’occasione la direttrice di Salani mi chiese se avessi in mente qualcosa dopo Altri voli con le nuvole. Quel libro (Salani, 2020) risaliva ormai a tre anni prima ed era andato molto bene, forse perché non era categorizzabile: non era un romanzo, né un fumetto, né un saggio, né un libro di poesie… Era stato definito un “lungo haiku silenzioso”: un testo brevissimo e 124 acquerelli per raccontare quattro persone, quattro viaggi, quattro temi – radici, anima, amicizia e avventura.
Risposi che stavo lavorando sul Giappone, un Paese che conosco poco ma che mi affascina: per la capacità di vedere la divinità ovunque, tipica del buddismo giapponese, o per l’immaginario dei ronin, i samurai senza padrone.
Nella mia pittura ho sempre percepito qualcosa di orientale, di zen: una grande concentrazione, pochi colori essenziali e armonici, nulla di “pop” o appariscente. Quando intingo il pennello nell’acqua e nei pigmenti naturali, lascio che l’immagine scivoli dalla mente al cuore, alla mano, sulla carta – quasi una danza.
I miei quadri di ispirazione nipponica piacquero molto alla direttrice, che mi disse di avere in cantiere un nuovo libro sugli haiku. Così abbiamo scelto insieme cento poesie e deciso di rappresentarne quaranta, creando un ritmo fra pagine vuote, pagine di testo e pagine di pittura. È nato così questo libro, che ho dipinto nell’estate del 2024, mentre vivevo in baita.
Ogni mattina leggevo uno degli haiku e cercavo ispirazione nell’ambiente che mi circondava: il torrente Mallero, il ghiacciaio del Disgrazia, del Ventina, il Vazzeda, il paese di Chiareggio e i suoi abitanti… Una natura non fiabesca, ma vera, concreta, che mi faceva compagnia mentre dipingevo con l’acqua del torrente e i miei acquerelli.
Pian piano ho scoperto nuove pigmentazioni, colori, atmosfere: una sintesi di persone in cammino e figure immaginarie – samurai, ronin, poeti, pittori.
FC: Mi sembra di capire che ci siano testi, film, incontri che ti hanno cambiato la vita, e che tu abbia avuto la fortuna di rincontrarli attraverso la tua arte, illustrandone le copertine.
NM: Sì, in terza media lessi 101 storie Zen. Poi lo rilessi, e ancora oggi è uno di quei libri da tenere sul comodino. Il progetto di dipingere la copertina è bellissimo. Lo stesso vale per i libri di Terzani, Primo Levi, Paolo Cognetti: incontri ed esperienze significative, umanamente e artisticamente.
FC: L’essere in cammino è qualcosa che rappresenti e ti rappresenta.
NM: Sì, come negli acquerelli di Miquel Barceló: le sue carte del Mali, con abitanti che camminano, vagano, dipinti a colori vibranti e grandi ombre. A volte l’ombra occupa più spazio della figura
FC: Cosa vorresti suscitare con le tue opere?
NM: Una volta un mio cliente mi disse che la sera, tornando a casa, si toglieva la cravatta e i mocassini e si sedeva di fronte a un mio grande quadro. Rappresentava un paesaggio alpino notturno sotto un cielo stellato. Mi disse che lo rilassava immergersi in quel paesaggio, così distante dal suo caos quotidiano. Mi è sembrato qualcosa di bello da donare.
FC: Anche Lacan, nel Seminario XI, sostiene che la “funzione del quadro” ha come presupposto fondamentale il fatto che noi, in quanto soggetti, siamo letteralmente chiamati nel quadro, e lì rappresentati come “presi”.
Un po’ ciò che accade a chiunque si lasci “prendere” dalle tue opere. Forse è questo ciò che doni come artista: il rifugio di spazi altri, la cui armonia risponde al nostro bisogno di cura, quiete e consonanza.
NM: Sì, certamente. Detto in altre parole, penso che sia un atto d’amore per la natura stessa. È per questo che ho iniziato a fare il pittore: per restituire e donare qualche goccia della sua poesia.
Bibliografia
Massimo Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica (nuova edizione rivista e aggiornata), Lit Edizioni, Roma 2024
Sigmund Freud, “Il poeta e la fantasia” (1908), in Id., Opere. Il motto di spirito e altri scritti. 1905-1908, Boringhieri, 1989, vol. V, nuova edizione: 2021.
Nicola Magrin, Primavera, estate, autunno, inverno. 100 haiku, Salani Editore, Milano 2021
Jacques Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964, Einaudi, Torino 1974