L’altra faccia della solitudine.
Incontrare l’opera di Tracey Emin
Tracey Emin è un’artista britannica ospitata a Palazzo Strozzi con opere dagli anni '90 ad oggi. Il suo lavoro intreccia temi come il sesso, la solitudine, il corpo, il desiderio, l’amore e il sacrificio attraverso tecniche differenti quali pittura, disegno, video, fotografia e scultura.
Emin sperimenta modalità nuove come il ricamo, il bronzo e il neon, con un taglio diretto e autobiografico. Capace di trasformare esperienze intime in opere intense, usa frasi fluorescenti e materiali forti per trattare temi universali.
Il titolo della mostra è “Sex and Solitude”; una mostra al femminile.
Con la sua arte, Emin tratteggia come il sesso e la solitudine si intreccino con fili invisibili, inseparabili nella trama dell’esperienza umana. Ogni suo gesto creativo diventa un atto di intimità e rivelazione; qui il silenzio interiore si trasforma in voce. Le sue opere nascono da ferite vissute e memorie sussurrate, trasformando l’isolamento in un linguaggio capace di toccare anime lontane — un’eco universale del sentire più profondo.
La solitudine, in questo senso, diventa anche un passaggio al possibile, una feritoia, uno spazio da abitare e un luogo di nuova fecondità. La sua arte ci indica anche l’altra faccia della solitudine, come preghiera infinita verso la propria unicità. Temi cari alla psicoanalisi; qui in una lettura tutta al femminile, dove ogni donna circolarmente attraversa la solitudine nei passaggi cruciali del corpo: pubertà, menarca, gravidanza, nascita, aborto, climaterio.
Solitudine come passaggio e occasione che forza la donna a modificarsi di continuo, per poi rinascere.
Emin, attraverso la sua opera, rappresenta sesso e solitudine come costituenti e occasione di crescita; l’arte vela il vuoto dell’esistenza e risponde all’inesistenza costitutiva del rapporto con l’Altro, l’inesistenza del rapporto sessuale; l’impossibilità di un’unica risposta per ogni storia.
Questi sono intrecci fecondi tra Arte e psicoanalisi.
Prendendo spunto da queste domande, rifletto dal punto di vista femminile, seguendo il discorso di Emin che usa il ricamo, il cucito con una modalità che mi attraversa e mi interroga. Il mio armadio è popolato da abiti, ognuno ha un taglio differente, spesso trovati in mercatini o online, in un usato ipermoderno. C’è forse un tentativo di dare senso, c’è arte e poesia in questo luogo? C’è un saperci fare con il vuoto come spazio causativo?
Gennie Lemoine scrive che l’abito, il gioco con il sembiante, è una delle modalità del femminile per velare l’assenza costitutiva dell’esistenza. A tale proposito, ricordo con dolcezza il suono della macchina da cucire a pedali di mia zia, che mi creava vestiti. Quel suono, insieme alla sua voce, fa parte della mia lingua più intima, della mia “Lalangue”. Il suo amore, questa Lalangue, mi ha ricoperto e aiuta a sanare le ferite. Gli abiti e gli scampoli sono l’eredità che mi ha trasmesso: la loro bellezza velano il Reale come buco, solitudine e vuoto che fanno capolino nell’esistenza.
Di fronte ai passaggi fondamentali — nascita, morte, dolore, aborto, parto, fine di un amore, menarca o climaterio — la solitudine attraversa l’esperienza femminile come nuda vita. A tale proposito rifletto circa il climaterio, dal greco “Klimater” - punto critico o gradino come tempo cruciale di cui si parla poco, come se ci fosse qualcosa di scabroso. Tanto viene scritto sull’adolescenza, alba del femminile, niente sulla menopausa; parola elisa, parola lasciata sola. È invece un tema importante, un passaggio fondamentale dalla vita femminile.
Torniamo a Lacan e mettiamo in tensione un possibile collegamento con il significante “climaterio”, che in greco significa, appunto, gradino perché un gradino ci disgiunge dall’Altro. Massimo Recalcati, nella sua rilettura di Lacan, ci ricorda che non esiste possibilità di rapporto sessuale: non siamo la metà di una mela, non sostiamo allo stesso gradino paradisiaco. La differenza che costituisce ogni essere ci rende soli, poiché siamo singolarità esseri in potenza. Non esiste alcuna metà a cui riunirsi.
L’amore è la possibilità di attraversare l’impossibilità e la solitudine?
La mostra dedicata a Tracey Emin “Sex and Solitude” narra e sublima — come solo l’arte sa fare — il salto e l’impossibilità del rapporto sessuale.
Il gradino dell’esistenza, lo scarto da fare, scrive Massimo Recalcati, diviene in questa narrazione dell’Artista una torsione possibile.
Emin ricama – attraverso la sua creazione, la sua sperimentazione, l’affetto per il ricamo, tema caro alla psicoanalisi - sapientemente la solitudine al femminile.
Una tenda è da lei creata, con ricamati i nomi delle persone con cui ha dormito: dalla madre, agli incontri, agli amori inutili. Tutto è poeticamente ricamato in questa opera.
Una tenda, riparo nel deserto. Opera che, purtroppo, non esiste più, poiché bruciata in un incendio della galleria dove era esposta.
In questa personale, accanto alle tele sono esposte opere di ricamo: rammendo poetico dello strappo.
“L’unico vantaggio che uno psicoanalista ha il diritto di trarre dalla propria posizione, sempre che gli venga riconosciuta come tale, è quello di ricordarsi con Freud che l’artista, nella sua materia, lo precede sempre, e che pertanto non deve fare lo psicologo laddove l’artista gli apre la strada”
Scrive Lacan in “Omaggio a Marguerite Duras”.
Un’artista contemporanea, una donna, Tracey Emin, abita e tratteggia il tema della solitudine come caduta, ma anche come possibilità e creazione.
Un nuovo ricamo del possibile.
Bibliografia
Tracey Emin, Sex and Solitude (a cura di A. Galansino), Marsilio Arte, Firenze 2025
Lacan J., Omaggio a Marguerite Duras. Del rapimento di Lol V. Stein, in Altri scritti, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2013
Recalcati M., Mantieni il bacio, Feltrinelli, Milano 2019
Recalcati M., Ritorno a Jean–Paul Sartre, Einaudi, Milano 2021.
Lemoine E., Psicoanalisi della moda, Bruno Mondadori, Milano 2002
