La villa portoghese.
L’arte della de-coincidenza

La villa portoghese (titolo originale: Una quinta portuguesa) è una coproduzione spagnolo-portoghese del 2025 diretta e sceneggiata da Avelina Prat.
Una storia quella raccontata dal film La villa portoghese, attualmente nelle sale cinematografiche, in cui il protagonista, ma non sarà l’unico, passerà come in una parabola pirandelliana, dallo smarrimento, all’assunzione di un’identità altrui, sino ad un’espressione rinnovata di se stesso.
Come noto, quella dell’identità è un’ossessione che governa l’intera opera di Pirandello. Emblematico al riguardo è il romanzo del 1926, Uno nessuno e centomila, che vede rappresentata la vicenda di Vitangelo Moscarda, un uomo qualunque, la cui vita è sconvolta dall’impossibilità di coincidere pienamente con la propria immagine. Per Vitangelo, che arriva alla follia, abbandonare la zavorra della propria identità diviene l’unica soluzione possibile: “morire ogni attimo e rinascere nuovo senza ricordi”, trovando pace solo in una radicale disidentità.
L’occasione per una nuova esistenza arriva anche per Fernando, il protagonista del film La villa portoghese, in una chiave non tragica come nell’opera Pirandelliana, bensì come opportunità per rendere “viva” la propria vita; nello specifico vediamo F. abbandonare l’ordinato sistema delle carte geografiche, per intraprendere un cammino non prestabilito, aperto alla contingenza offerta dal caso, che lo porterà ad ampliare l’orizzonte della propria esistenza.
Potremmo dire che l’evento inatteso entra nella vita di Fernando come un “possibile”: l’improvvisa sparizione della moglie diviene per Fernando l’incontro con l’inedito, “liberato da ciò che il pensiero può solo e sempre pregiudicare”1. Dunque è in questa configurazione nata da un trauma che per il protagonista si profila una “seconda vita”.
Come un artista capace di rinnovare la propria opera, “de-coincidendo dall’arte precedente, dalla sua adeguazione già fissata” 2, Fernando assume l’identità di un estraneo, de-coincidendo da se stesso, ed è sotto l’effetto di questa operazione che sul finale del film, animato da un desiderio autentico, egli potrà dire: “questo è il mio posto”.
Interessante osservare come nel pensiero cinese un’opera d’arte non resti mai uguale a se stessa, e come la capacità di evolvere, mutare, ne costituiscano un valore intrinseco. Si potrebbe estremizzare, sostenendo che secondo questa concezione non esiste alcuna opera d’arte compiuta, “a riposo”, in possesso di una forma definitiva ed estranea a qualsiasi cambiamento.
“La sua differenza rispetto a sé non consente di approdare a uno stato di quiete tale da assegnarle una forma definitiva. Così essa (l’opera d’arte) non fa che deviare da sé”3.
Un percorso analitico, analogamente, può essere descritto di per sé come un passaggio dall’identificazione alla disentificazione. Laddove una cura, allentando le identificazioni, genera un processo trasformativo che modifica il rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo, comportando una costante riscrittura.
Potremmo altresì dire che una cura analitica non lascia “a riposo” l’analizzato, ma piuttosto punta a farlo “deviare da sé” per far sorgere la possibilità dell’incontro con il desiderio.
Come scrive Francois Jullien, articolando in una eloquente domanda i termini della questione: “non possiamo forse considerare la cura analitica un’arte di operare che porta il paziente o l’analizzato a de-coincidere da se stesso?”4.
Bibliografia
Byung-Chul Han, Shanzhai. Pensiero cinese e decreazione, Nottetempo, Milano, 2025
Di Lieto C., L’identità perduta. Pirandello e la Psicoanalisi, Genesi Editrice, Torino, 2007
Jullien F., Riaprire dei possibili. Decoincidenza, un’arte di operare, Orthotes, Napoli-Salerno, 2024
Pirandello L., Uno nessuno centomila, Einaudi, Torino, 2014
Note
1 Jullien, F., 2024, p. 57
2 ibidem
3 Byung-Chul H., 2025, p. 19
4 Jullien, F., 2024, p. 32.