Lo sconosciuto del grande arco.
Il desiderio di una forma

Il film Lo sconosciuto del grande arco di Stéphane Demoustier offre allo spettatore uno sguardo lucido sui cliché dei francesi in tema di politica culturale. Sebbene produzione, regista e sceneggiatore siano tutti francesi, il punto di vista assunto è quello esterno, diciamo dalla Danimarca: una prospettiva inaspettata. Interessante poi che uno degli attori, bravissimo, di mestiere faccia il regista (Xavier Dolan). Anche lui, quindi, fuori posizione.
La favola
Uno sconosciuto architetto danese, che fino a quel momento ha disegnato solo la propria casa e quattro chiese periferiche, vince a sorpresa un importante concorso internazionale di architettura per un grande edificio pubblico di Parigi.
Aveva partecipato al concorso così come si esprime un desiderio nella notte di San Lorenzo, o come a volte si mette in mare una bottiglia con un messaggio. Il presidente della Repubblica francese, una specie di re da operetta, anzi un munifico papa del Rinascimento, trova il messaggio nella bottiglia ed esaudisce quel desiderio: manda a chiamare l’architetto danese e gli affida la costruzione dell’Opera. Nelle favole è proprio l’esaudimento del desiderio che prende in contropiede l’eroe e mette in moto la catena di sovvertimenti.
A cube with a view
Il film parte davvero quando l’architetto spiega al Presidente la prospettiva principale da cui, con cannocchiale, andrà guardata e giudicata la sua Opera: si tratta di un punto di vista preciso, lontano alcuni chilometri da dove nascerà il futuro edificio. È una strada piena di auto e di traffico, senza terrazze o belvederi, un luogo di transito, un incrocio urbano in cui nemmeno Ernesto Calindri riuscirebbe a rilassarsi col suo bicchiere di Cynar.
L’Opera in effetti è un’inquadratura, aliunde. Da un non luogo, per di più.
Architettura come arte regina
L’Opera però andrà costruita.
Non sarà solo il disegno di un’idea o il desiderio di una forma.
L’architetto comincia allora a pensarsi come scultore, va ad ispirarsi nelle cave di marmo a Carrara e studia mentalmente i materiali, la loro resistenza al vento, alla pioggia. Si interroga sulle loro proprietà.
L’architetto si sente sempre più un artista concettuale à la Christo.
Immagina anche un gigantesco mosaico da applicare sulle pareti interne dell’edificio in costruzione. Un mosaico di cui però non si potrà mai avere la visione d’insieme, ma solo quella parziale, un piano alla volta.
Di nuovo il paradosso di un monumento che sfugge allo sguardo, un monstrum che non si mostra.
Poiché l’edificio-monumento sarà faraonico, l’architetto si consulta con un costruttore di piramidi (a vetri).
Il cantiere deve partire subito perché per l’arrivo del bicentenario della Rivoluzione francese dovrà essere già approntato il grande monumento-altare, una preghiera laica elevata … al cubo. Il Dada è tratto.
La polis
Quando però alle elezioni il Presidente della Repubblica perde il suo potere assoluto (inizia infatti la cohabitation col primo ministro di un partito diverso), la forza di gravità torna ad essere la legge fondamentale sulla terra e bisognerà farci i conti, letteralmente: nel senso che ora bisognerà confrontarsi continuamente con costi, priorità, affari, influenze, interessi, convenienze e compromessi.
Da gesto poetico, librato, sospeso, situazionista, quello dell’architettura torna ad essere gesto politico, di intervento nella città. Più precisamente, nella città Stato. Le forze circostanti, capitali, affari, finanza e speculazione, si introducono all’interno del progetto e gli cambiano i connotati, sfigurandolo.
Que dalle(s)
L’architetto allora abbandona in mani altrui progetto e cantiere e sparisce, tornando ad essere lo sconosciuto di una volta. L’Opera non avrà un autore.
Col passare del tempo il grande cubo de La Défense con tutto il suo quartiere, persa l’idea originaria, perde anche il suo senso, se mai lo ha avuto.
Chi ha lavorato a La Défense negli anni ‘90, con i grattacieli di vetro brunito chiamati col nome di filosofi razionalisti, con l’edificio della FNAC a forma di dinosauro, con gli impiegati in giacca e cravatta che giocavano alla petanque sull’esplanade spazzata dal vento, e vi tornasse oggi, si troverebbe di fronte un Centro direzionale senza direzione, come quello di Napoli. Un altro non-luogo, figlio di nessuno, anonimo e abbandonato, vuoto e sinistro. Un monumento fantasma venuto su dal nulla e al nulla ritornato. Come il suo architetto che non si è mai fatto un nome, nemmeno al cimitero.
Bibliografia
Hazan E., L’invention de Paris, Éditions du Seuil, Paris 2004
Tozzi L., L’invenzione di Milano, Cronopio, Napoli 2023
Edwy Plenel, Le monarque républicain (4/6), Le président des affaires (5/6) podcast RTL
Biondillo G., La costruzione del potere. Perché l’architettura fascista non esiste, Marsilio, Venezia 2025
Mumford L., Le città nella storia, Bompiani, Milano 1997
Benjamin W., Paris, capitale du XIX siècle, Éditions Allia, Paris 2015
Forcellino, A., Michelangelo, Laterza, Bari 2010
Hugo V., Questo ucciderà quello. La stampa ucciderà l’architettura, Edizioni In Transito, Milano 2025
Périat V., Atlas inutile de Paris, Le tripode, Paris 2025