Lì dove sono già stato.
Incontro con Lorenzo Cicconi Massi
La vita non è la realtà.
Siamo noi che infondiamo vita nelle pietre e nei ciottoli
Frederick Sommer
Lorenzo Cicconi Massi è un autore, fotografo, sceneggiatore e regista marchigiano. Dopo aver partecipato ad un suo incontro pubblico intitolato “Viaggio intorno a casa”, – titolo che trae ispirazione dal libro e dall’esposizione di fotografie omonimi – mosso dalla forza delle sue immagini e delle sue parole, lo contatto per chiedergli di incontrarci. Si rende subito disponibile all’incontro, tanto da accogliermi nella sua casa su una collina appena fuori Senigallia, in una ventosa e piovosa mattinata invernale.
Un incontro. Nella contingenza effetto di un’apertura inattesa provo un senso di gratitudine fin dai primi momenti. Anche io posso avere il privilegio di fare un viaggio intorno alla sua casa: dopo un primo ed amichevole scambio di vedute, Lorenzo mi invita a salire sulla sua automobile per portarmi a vedere i suoi luoghi.
Sentieri, colline dalle quali si vede il mare agitato, casolari, campi arati. Luoghi “targati” Mario Giacomelli, l’illustre poeta dell’immagine senigalliese del quale Lorenzo non dice di considerarsi successore ma narratore del suo ricordo, come testimonia in modo luminoso il film “Ricordo Mario Giacomelli", da lui diretto nel 2011. E quindi questi stessi luoghi non appaiono più gli stessi, non diventano sfondi, diventano i luoghi di Lorenzo Cicconi Massi.
Prospettive e viste che mutano con l’incedere, che si restringono, che si aprono. Luoghi che costringono a rallentare, a stare. L’aria sembra voler cancellare i contorni delle cose, le strade bagnate, il mare agitato in lontananza, la luce che entra a tratti: tutto sembra chiedere un supplemento di presenza, come se per guardare davvero quei luoghi fosse necessario accettare anche la loro instabilità. Piove, l’auto per qualche minuto si impantana nel fango.
Ripartiamo. Ai miei occhi le fotografie di Lorenzo Cicconi Massi mi precedono, ci precedono, immagini onestissime che non ammiccano mai a chi le vede. La parola che più risuona in me nel guardarle è verità. Un discorso senza parole, dove c’è molto che va oltre al sistema di segni che lo configura. La sensazione è proprio quella di trovarsi di fronte ad una realizzazione non ermeneutica di una verità, ad un fare-verità che passa per l’immaginazione nell’accezione sia di pensiero sia di realizzazione dell’immagine. Una verità che procede, come mi dice Lorenzo, ritornando lì dove si è già stati per rivelare e costruire mondi e storie in un dialogo silenzioso, per elevare le figure a livello ideale, in un mondo parallelo dove l’immaginazione slega regole e categorizzazioni. Per fare questo l’autore afferma come non serva andare lontano: il percorrere gli stessi sentieri fa sempre emergere un “qualcosa che è sotto”, un nuovo livello sottostante allo stesso percorso per il quale occorre desiderare di restare. Il suo gesto di tornare a fotografare i luoghi conosciuti non ha a che fare con la nostalgia, è un movimento necessario, è un rimettersi in ascolto di ciò che ancora parla.
I mondi fotografati da Lorenzo Cicconi Massi promettono di sopravviverci e, come ci ricorda Susan Sontag, hanno con il mondo reale il medesimo rapporto impreciso che hanno i fotogrammi con i film: “la vita non è fatta di particolari significanti, non è illuminata da un flash, non è fissata per sempre. Le fotografie sì”.
Nei suoi paesaggi, l’autore incontra proprio questo: le superfici bianche e nere, il vento che muove la scena, i gesti di corpi che non si consegnano interamente all’immagine. Nelle sue immagini non c’è la celebrazione del luogo natale, ma l’incontro con ciò che resiste alla narrazione, il punto in cui l’immagine non chiude ma apre. Ecco perché il ritorno non è ripetizione ma trasformazione inventiva: il luogo rifiuta di essere già conosciuto, spinge lo sguardo a ripensarsi.
I toni delle immagini realizzate dall’autore, con neri e bianchi granulosi e separati al limite della solarizzazione testimoniano il ricordo di Giacomelli, mentre lo sguardo, assoggettatosi agli stessi luoghi, è capace di rendere nuovo ciò che è già avvenuto: le pieghe date al già guardato prendono forma anche grazie alla vista posta sugli altri e ad interventi in fase di ripresa, come ad esempio i fiori e i teli al vento posti davanti all’obiettivo. Le visuali appaiono luminose, ampie ed ariose, solo in qualche caso si soffermano su un particolare specifico, l’invenzione appare e la si vede quasi sempre tutta insieme.
Le serie sui paesaggi delle Marche e sugli ultimi contadini rendono visibile l’immistione di invenzione nella memoria, una memoria che, come afferma l’autore, “si esaurisce nell’attesa della prossima alba” e che richiama altresì il suo ricordo del padre di nobili origini che amava intrattenersi in conversazione con i contadini.
La serie “le donne volanti” è un omaggio alle donne ed alle madri. Lorenzo mi racconta in quale forma anche qui la novità e la memoria si siano articolate, di come la figura di sua madre, donna elegante, con propensione per l’estetica e per le composizioni di fiori secchi trovi un luogo generativo nella immaginazione dell’autore: “trasformo la madre in quello che voglio io”.
“Wo es war soll ich werden”. La ripresa, la rivisitazione di luoghi e di momenti dove si è già stati, la postura della presenza, la sorpresa, l’eccedenza della visione singolare: in questo senso il lavoro di Cicconi Massi potrebbe essere letto come una sorta di continua rinegoziazione del proprio posto: fotografare i propri luoghi non significa fissarli, ma lasciarsi interpellare da ciò che essi restituiscono, da ciò che rimandano, da ciò che disconoscono. L’autore ci precede non cercando un contenuto nuovo, ma l’incontro con ciò che nel luogo eccede il suo controllo, quel punto opaco e sgranato che lo riguarda e lo implica. Non si tratta di ricostruire un’origine, ma di un incontro che spostando il baricentro apre all’atto, alla risposta senza padronanza. Sembra muoversi proprio in questa intersezione, il luogo familiare che nel momento del ritorno diventa enigmatico, quasi straniero. È il paradosso del déjà-vu che non conforta, ma mette in moto: di nuovo qui, ma diverso; lo stesso, ma altro. Se il simbolico ordina, se l’immaginario seduce, è nel reale che il fotografo si imbatte mentre ci precede. Preso nel suo stesso ritornare. Lacan definisce il reale come ciò che sfugge alla rappresentazione, ciò che ritorna sempre allo stesso posto; nel Seminario XI afferma: “ciò che vedo non è mai quello che guardo”.
L’incontro con l’autore ha reso per me evidente come questa postura non riguardi solo le immagini, ma il modo stesso di stare con l’altro. Non è stato solo un fatto biografico, ma un’esperienza del reale: il tempo condiviso, i luoghi attraversati, la parola offerta senza riserva hanno reso visibile come la fotografia possa essere una forma di presenza e non di cattura. Nessuna risposta risolutiva ma atti che si rinnovano nel ritorno. È in questo spazio aperto, fragile e generoso, che si iscrive il mio ringraziamento: non come gesto formale, ma come riconoscimento di ciò che, incontrando l’altro, ci precede e ci trasforma. In questo debito, che non chiede restituzione ma attenzione, riconosco la misura della mia gratitudine.
Bibliografia
Lacan, J., Il seminario. Libro XI, Einaudi, Torino, 1974
Recalcati, M., Convertire la pulsione?, Paginaotto, Trento, 2020
Sontag, S. E., Sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1997
Fotografie da: www.lorenzocicconimassi.it