“Vie privée” di Rebecca Zlotowski.
La neve e il fuoco

Una parabola che descrive un universo complesso, delicato e spesso tragicamente confuso, in cui risveglio, trasformazione e rinascita tracciano la linea dell’orizzonte. Così potremmo descrivere il film Vie privée (Francia, 2025), percorso non lineare attraverso temi che, trattati con vivace profondità e non senza umorismo, svelano aspetti interessanti del rapporto della psicoanalisi con la società odierna. La trama ha come protagonista Lilian Steiner, psichiatra e psicoanalista affermata a cui possiamo ragionevolmente dare una sessantina d’anni. Americana e di origine ebraica, vive e lavora a Parigi dove ha un ex marito oftalmologo, un figlio, un nipotino di pochi mesi e un suntuoso appartamento-studio che fa da cornice alla tempesta esistenziale che la travolge. Una breve scena del film ci lascia immaginare il suo orientamento come psicoanalista: la vediamo chiedere un parere al suo ex-analista, presentato come un professionista americano famoso e “amico di Winnicot”.
Piuttosto che seguire l’intreccio denso e intricato, spesso oscillante tra commedia e thriller, scelgo di considerare il film come un’opera di poesia ed esplorarne alcune “stanze” per coglierne risonanze, sensazioni, insegnamenti.
L’archivio della memoria
Lilian registra scrupolosamente tutte le sedute su microcassette, perfettamente catalogate e custodite in un archivio del suo studio. La vediamo ascoltare i pazienti, seduta in una poltrona accanto al divano, la postura composta ed attenta che esprime, nei gesti e nelle parole, una padronanza piena e responsabile. La concentrazione che le si legge sul volto indica chiaramente lo sforzo di captare ogni dettaglio, ogni sfumatura di quanto le persone dicono. Affidare questo materiale prezioso al registratore è garanzia per lei di cogliere tutto, di non passare a lato di nulla. Lilian sonda l’inconscio dei suoi pazienti come una grotta di cui la luce dell’intelletto analitico dissiperebbe l’ombra. In questo sforzo di ascoltare tutto ciò che viene detto, l’attenzione è interamente rivolta al “cosa” che vanifica il “come” di un ritmo, di una punteggiatura, di un accento, un’armonia o una dissonanza. Il confine tra “ascolto del dire” e “ascolto del detto” è davvero sottile e talvolta, come analisti, lo si coglie solo quando è di poco - o di gran lunga - oltrepassato. Così come succede a Lilian, che sembra aver perfettamente sigillato la propria pratica in queste modalità, è sempre possibile che quella terra familiare e rassicurante, decorata di cornici di senso e di significato assolutamente pertinenti, diventi dimora abituale. Immaginare la memoria come un archivio di oggetti mnestici, in cui il trauma getterebbe scompiglio e scaverebbe lacune, è un equivoco che la psicoanalisi, non meno che le neuroscienze, può sciogliere: il ricordo è un evento e non un recupero, evoca il “come “del senso che manifesta e non il “che cosa” di un immaginario significato. L’analista ha vocazione ad essere testimone di questo insorgere, a sostenere il suo costruirsi con uno sguardo che riconosce oltre a vedere.
Su Lilian l’effetto è evidente nel corpo: nonostante traspaia spesso la promessa di una fragilità accogliente e delicata, soprattutto nei lievi ma evidenti incrinamenti della voce e nella trasparenza degli occhi, la sua bellezza diventa armonia geometricamente rigida, l’acutezza dello sguardo spigolo tagliente e freddo. L’imponente collezione di cassette sembra un monumento ai caduti, ai residui morti del detto, immemori del dire. L’equivoco qui è di immaginare l’ascolto analitico come registrazione mentale o fattuale di quanto viene detto. L’attenzione fluttuante ha poco a che vedere, a mio avviso, con un’abilità cognitiva ed indica, invece, un movimento costante dell’essere, al di là di capacità percettive, attenzionali o intellettive. Come potrebbe dire Jean-Luc Nancy, si tratta di “essere con” la persona che parla e non con quel che dice, con l’epifania del soggetto attraverso il suo dire e non con l’oggetto della locuzione. Per questo, nello sforzo di cogliere e registrare ogni dettaglio, lo sguardo di Lilian ci appare luminoso e opaco nello stesso tempo: per quanto animato dalla luce di un’indiscutibile onestà intellettuale, esso fa schermo alla luce dell’Altro perché non vi si avvicina, non se ne lascia pervadere. Cerca la chiarezza del “cosa” e offusca il bagliore del “chi” e dei suoi molteplici e singolari riflessi. Si tratta, credo, di quella sintonia, di quel saper cogliere la frequenza singolare dell’altro, di cui Nicolò Terminio parla riguardo alla clinica borderline. In ogni clinica ritengo fondamentale questa dimensione dell’essere-con il “chi” e non “il che cosa” non in semplici termini di attenzione e di ascolto, ma di movimento da essere ad essere.
Le lacrime senza pianto
Lilian perde una paziente, Paula Cohen-Solal. Preoccupata della sua assenza ingiustificata a due sedute, verrà a sapere dalla figlia Valérie del decesso improvviso, e per ora misterioso, della madre. Invitata da Valérie stessa, l’analista raggiunge la famiglia al domicilio della paziente defunta. Lilian si trova al cuore di una veglia funebre ebraica: la prima persona che incontra, non sappiamo se una parente o una conoscente, accenna al mondo degli spiriti e alla necessità di proteggere la defunta in questa fase di passaggio. Lilian non manca di mostrare il suo incrollabile razionalismo. Un commento tanto asciutto quanto scettico, l’espressione del volto e i gesti mostrano ancora una volta una donna forte della propria incrollabile fiducia nella capacità della ragione di fare luce sulla verità. Ma la situazione precipita: il marito di Paula, colto da malore e a cui l’analista presta soccorso, scopre la sua identità e con estrema violenza la accusa, davanti a tutti i presenti, di essere la causa della morte della moglie. Lilian esce di corsa e registra sul magnetofono, scendendo le scale, un laconico e “professionale” commento al comportamento che qualifica sbrigativamente come proiezione aggressiva del marito su di lei.
Il paradigma qui all’opera è proprio quello razionalista che genera un paradosso: la sua cornice, fatta di criteri ben precisi e realmente pertinenti, non funziona più come semplice confine, non ha più il solo ruolo di una sorta di bordatura epistemologica, ma diventa muro che preclude la vista. L’indiscutibile e preziosa capacità della ragione di far luce anche sui fenomeni dell’inconscio produce un sapere che assolutizza non il proprio oggetto in quanto vero, ma i confini che lo proteggono, generando l’illusione che il fatto stesso di mettere in luce solo quanto da tali limiti è circoscrivibile protegga da tutto il resto e, precisamente, dal reale.
Ma è proprio il reale che fa irruzione, pochi minuti dopo, su di un affollato autobus parigino. Abbondanti lacrime cominciano a scendere sul viso di Lilian, senza che alcun cambiamento nei tratti denoti la minima emozione. La presenza di queste lacrime inarrestabili turba Lilian che si convince di avere una patologia oftalmica. “Non sto piangendo, sono i miei occhi che lacrimano”. In fondo ha ragione: il reale del corpo si manifesta oltre quel muro che la ragione ha eretto. Qualcosa di ingovernabile, da sempre presente oltre quel muro, si manifesta non solo come sintomo isterico, ma come reale puro: lacrime che, senza soggetto, non possono diventare pianto, lacrime al di qua di ogni fantasma, lacrime che testimoniano di una traccia traumatica, riattivata dal trauma attuale della morte di Paula.
Il seguito della storia ci farà intendere, senza narrazione esplicita, ma attraverso immagini oniriche ed evocative, che Lilian ha perso la madre da bambina. È legittimo chiederci come l’analista possa aver concluso la propria analisi lasciando quel resto di reale – di cui non sapremo mai i contorni precisi - sepolto nella neve che fa da cornice all’evento traumatico. Possiamo tentare di avanzare un’ipotesi. Lilian teme l’irriducibilità di quel resto che resiste a tutto, anche e soprattutto alla sublimazione, perché intuisce che non sarà mai tessitura soggettiva di una storia e di un senso. La neve è caduta in quell’universo traumatico in cui non c’è alcun sentiero visibile già tracciato che, sebbene con coraggio, si tratterebbe di osar intraprendere. Come scriveva Antonio Machado: “Caminante, non hay camino, se hace camino al andar” (Proverbios y Cantares, p. 222). Inoltrarsi all’incontro di quel resto non è questione di coraggio, ma di un atto di fiducia e di abbandono. È come lasciarsi avvolgere dal buio insopportabile, sotto metri di neve e senza nessuna promessa di luce. In realtà, quel buio stesso è resto di luce sepolta dalla neve, sensibile ma invisibile agli occhi. Anche il discorso dell’analista può fermarsi e cristallizzarsi davanti all’irriducibilità del resto e non mi è difficile immaginare che ci si possa illudere di sfuggire a quell’esperienza di incontro con il buio rifugiandosi nel desiderio di rischiarare il cammino di altri.
Lilian e Gabriel: la possibilità di un nuovo inizio
Sono proprie le lacrime che scorrono incessantemente sulle sue guance, mettendola in grande imbarazzo, a spingere Lilian a consultare Gabriel, l’ex marito oftalmologo. Nello studio medico si dipinge la prima scena di un affresco che, come vedremo, darà vivacità e leggerezza al carattere thriller che tutta la vicenda acquisisce. Sebbene Lilian si ostini a parlare di patologia e chieda di essere esaminata e “guarita” da quelle lacrime incontrollabili, Gabriel sembra immediatamente capire cosa stia succedendo. Abbiamo l’impressione che sia stato in attesa di quel preciso momento da tempo e avesse, in fondo, sempre presentito che solo lui, un giorno, avrebbe potuto accogliere quel primo movimento di apertura, quel primo infiltrarsi del sole nella spessa coltre di neve, immobile e ghiacciata, in cui l’analista protegge la propria ferita. Già dalle prime battute tra i due, un’atmosfera di vita e di possibile trasformazione è percepibile nei gesti, negli sguardi, nonostante la rigidità di Lilian. Nel constatare senza nessuna sorpresa che gli occhi non presentano traccia di patologia, Gabriel mantiene, al di là delle parole, quella sintonia che rende sensibile, al di là di ogni visibile apparenza, il movimento profondo che ha spinto Lilian a chiedergli aiuto. Non solo non si dimostra scettico sull’improbabilissima, quasi ridicola, teoria delle lacrime “patologiche”, ma, senza bisogno di smentirla, le accoglie comunque come pianto. L’impassibilità del volto di Lilian e il suo ripetuto gesto di asciugare le lacrime per farle scomparire ci appaiono già trasfigurati dallo sguardo che Gabriel posa su di lei: leggero senza essere superficiale, delicato ma profondo, scherzoso ma senza ombra di ironia.
Saranno questi i colori fondamentali della complicità che unirà i due sino alla fine del film, che la rivelazione sul suicidio di Paula da parte della figlia e un’effrazione nello studio di Lilian trasformano in “giallo”. Non si tratta di un semplice ritorno di fiamma, di una sorta di recupero del passato, ma del rinnovarsi dell’incontro con il reale dell’origine che sempre può continuare o tornare a generare l’inedito. Nell’universo accogliente della relazione, vediamo apparire i segni chiari di quella rinascita possibile e mai definitiva del soggetto che l’analisi sempre propone e che Lilian ha finora schivato.
La seduzione della “verità”
Lilian riceve la visita della figlia di Paula che le svela non solo il suicidio della madre, ma la ragione per cui il padre ritiene responsabile la psichiatra del tragico evento: Paula ha assunto l’intera dose di psicofarmaci prescritti. A partire da questo momento, diversi fatti colorano di giallo tutta la vicenda: la ricetta medica è stata manomessa e la dose modificata in modo da renderla letale; lo studio di Lilian è saccheggiato alla ricerca delle cassette contenenti le sedute di Paula e la ragazza – che Lilian considera borderline – le svela di essere, insieme al padre, l’erede della fortuna che una zia, di nome Perla, avrebbe lasciato alla madre.
Tuttavia, l’elemento che trasforma in modo netto il seguito della vicenda in un’inchiesta che Lilian stessa, con la complicità di Gabriel, tenterà di compiere, è l’incontro con l’ipnoterapeuta, la stessa che Pierre, un paziente deciso a sporgere denuncia contro di lei per il denaro inutilmente speso in analisi, dice di aver consultato per smettere di fumare con immediato e pieno successo. Per risolvere l’inopportuna crisi di lacrimazione a cui Gabriel non ha trovato nessun rimedio, Lilian decide di tentare l’ipnosi. Forse la seduce proprio il racconto di Pierre, che vediamo gettare il pacchetto di sigarette e l’accendino nel primo cestino trovato uscendo dallo studio dell’ipnoterapeuta, con un gesto robotico e sorpreso, quasi controllato da una forza misteriosa. Il suo sguardo, tra l’attonito e il compiaciuto, non manca di rubarci un sorriso, dandoci già qualche lieve indizio sugli esiti finali dell’ipnosi “miracolosa”. Si tratta del fascino per la rivelazione di una verità intera e inafferrabile, perfetta e senza appigli come una sfera liscia e compatta, che spazzi via ogni dubbio semplicemente ignorandolo, ogni zona d’ombra accecando il soggetto di una luce senza riflessi.
Nello studio della giovane ipnoterapeuta, assistiamo a una delle scene più interessanti di tutto il film. La Lilian di sempre, sebbene trincerata dietro a una spessa coltre di scetticismo razionalistico, “cede” sorprendentemente alla trance ipnotica con grande facilità e “successo”. Scendendo le scale che dovrebbero condurla agli strati più profondi dell’inconscio, si ritrova avvolta dal buio: “Nevica!”, esclama, scorgendo immediatamente l’immagine di una donna che avanza nella neve, di spalle, insieme ad una bambina e un bambino. La transizione avviene rapidamente verso un’altra scena in cui l’analista vede sé stessa, all’epoca dell’occupazione nazista, nelle sembianze di un musicista, amante appassionato di Paula, uccisa dal marito per gelosia. L’atmosfera si fa pesante e tragica, densa di richiami alla violenza della persecuzione antisemita, alla questione dell’identità in un paese straniero, all’immagine traumatica dell’origine che la neve nasconde e custodisce. Conscia e preoccupata del pathos crescente, l’ipnoterapeuta le intima di “risalire le scale” e di riemergere alla coscienza. Ritornata in sé, Lilian percepisce, anche se ancora in modo confuso, che quell’esperienza vissuta propone una via d’uscita, una spiegazione luminosa che la libererà definitivamente dalla sensazione del buio dentro e intorno a sé: la chiave della sua relazione con Paula e la ragione delle lacrime risiedono nell’amore vissuto in un’altra vita.
Il reale del trauma resta sullo sfondo, lasciato inoperante una volta di più, soprattutto ora che la luce di una spiegazione limpida ed evidente comincia a farsi strada. Nonostante affermi di non “crederci affatto”, suscitando, del resto, i commenti risentiti e ironici sulla psicoanalisi da parte dell’ipnoterapeuta, gli occhi di Lilian cessano di lacrimare. La promessa di una verità piena produce un chiaro effetto di seduzione. Tuttavia, sebbene la decisione di lanciarsi alla ricerca dell’assassino di Paula sembri corrispondere all’esigenza di conoscere le vere cause della sua morte, non è solo l’esigenza di sapere ad attirarla. L’autentica meta di Lilian, ciò a cui davvero aspira è l’approdo in un porto sicuro dove sia possibile il riposo dalla fatica di silenziare e di tenere il reale fuori dalle mura. Sappiamo quanto sia arduo e controintuitivo posare lo sguardo su quell’indicibile e intraducibile resto che resiste sia alla sublimazione che a qualunque altra difesa; com’è possibile vedere nella sua irriducibilità la possibilità di abbandonare i contorni netti della certezza protettiva e limitante, per abbracciare una fiducia che scommette sulla dimensione dell’aperto? Così Lilian si convince definitivamente che il suicidio sia in realtà un omicidio e si lancia in una rocambolesca inchiesta, che la porta persino a spiare ed a introdursi pericolosamente nella casa di campagna del marito di Paula alla ricerca della verità sulla vicenda e, in realtà, su sé stessa.
Questo ricorso improvviso ad una pratica così distante dall’analisi testimonia, nella vita della psichiatra e, potenzialmente, di ognuno di noi, della necessità di ritrovare la pace attraverso una sorta di rivelazione illuminante e totale. Si tratta ancora di una verità di segno opposto a quella razionalistica, ma, in definitiva, assolutamente equivalente: rappresenta la spiegazione ultima, che ci permetterebbe di uscire definitivamente dal buio del mistero che ognuno di noi è a sé stesso. L’effetto è quello di una chiusura del soggetto negli angusti limiti di confini che diventano muri, siano essi quelli del rigido razionalismo o dell’evidenza paranoica, in cui il delirio della perfetta corrispondenza di ogni dettaglio con il tutto, conduce Lilian a convincersi intimamente dell’irrazionalissima ipotesi di aver viaggiato in una vita anteriore.
Lilian e Julien: l’Altro materno
Uno dei momenti-chiave del film, in cui la deriva a sfondo paranoico di Lilian raggiunge il culmine, ha come cornice una cena di famiglia. Lilian e Gabriel sono invitati a casa del figlio Julien, padre del piccolo Joseph, bimbo di pochi mesi, la cui madre è di origine orientale: l’incontro tra culture si ripropone anche nella nuova generazione. In una scena precedente, sempre a casa di Julien, avevamo visto Lilian andarsene frettolosamente proprio quando il piccolo Joseph si sveglia e può essere presente. La sua fuga mostra chiaramente come le sia impossibile avvicinarlo, tenerlo, incrociarne lo sguardo. Lilian non può confrontarsi con la voragine spalancata dalla perdita traumatica della madre e, per sentire un terreno solido sotto i piedi, sembra abbia dovuto ignorare tutto quanto potesse evocarle la precarietà radicale della vita umana. Tenere Joseph tra le braccia significherebbe guardare negli occhi e accogliere la vita inerme, senza difese, la vita che si affida al mistero senza svelarlo e senza proteggersene. E per Lilian questo non è ancora possibile.
La cena, dunque, è l’occasione in cui la psichiatra, sempre più prigioniera dall’immaginario suscitato dall’esperienza ipnotica, rompe gli argini e, nell’imbarazzo generale, si lancia in una spiegazione-interpretazione paranoica della sua difficile relazione con figlio e nipote. Afferma di aver sempre percepito Julien come “estraneo”, di non essere mai riuscita a sentirsi davvero a suo agio con lui e finisce con lo “svelarne” le vere ragioni: all’epoca della sua vita anteriore in cui era l’amante di Paula, il figlio era un ufficiale della polizia francese collaborazionista. Proseguendo nel delirio, si dice sicura che per la stessa ragione Julien, che sarebbe dunque la reincarnazione di un’autorità franco-nazista, non ha mai voluto parlare l’inglese americano della madre ebrea. Tutti restano sgomenti e attoniti di fronte a questa improvvisa e radicale trasformazione new-age di Lilian, che il lieve abuso di alcool durante la cena non basta a giustificare.
Durante il ritorno a casa, in auto, saranno la delicatezza e l’amore di Gabriel a permettere a Lilian di rendersi conto dell’eccesso. Il dialogo tra i due è esemplare di quel che può significare la relazione di “due che non fanno uno”: Gabriel, sebbene sconcertato dal comportamento della moglie e pur non esitando a sottolineare l’incongruità del suo aggrapparsi a credenze di quel tipo, rimane con lei senza riserve. Le inevitabili e pertinenti critiche non lo spostano dal luogo in cui può accogliere e bordare l’ombra senza spezzare il legame. Le ribadisce la sua disponibilità e persino il suo stesso interesse a fare luce sulla vicenda senza abbandonarsi, ma anzi riequilibrando la frenesia di Lilian accogliendo e non rigettando l’imprescindibilità della sua ricerca. Non ha necessità, con un giudizio seppur ragionevole, di frantumare l’apparente solidità di quella verità opaca; al contrario, vuole impedire all’opacità di offuscare la bellezza del legame che continua a nutrire alla sua sorgente. L’amore spesso richiede di continuare a “vedere” l’irriconoscibile, di sentire la vita dentro la morte, di fare atto di fiducia nella luce accogliendone il buio consustanziale. Nei momenti in cui, senza condiscendenza ma con vero amore per il reale dell’altro, incontrato al di qua e oltre ogni proiezione agalmatica, Gabriel “resta-con” lei, Lilian può riabitare quell’universo da cui era in esilio con la perdita della madre. Torna a fare l’esperienza di un amore al cuore dell’alterità quale può essere quello materno. Solo l’incontro originario e fondante, quando avviene, può rinnovarsi e rigenerare la possibilità di essere-con l’altro al cuore della mancanza, della contraddizione, dei neri abissi del trauma di cui solo l’amore sostiene la densità nel buio. E non c’è qualcosa di questo amore che sostiene il desiderio dell’analista? In fondo, si tratta dell’amore per l’essere del soggetto che insorge e si rinnova come un evento su cui, per definizione, non abbiamo controllo: addiviene e non si decreta e il suo esser-ci va accolto ma taciuto.
Dal trauma al thaûma
Prima di lanciarsi con Gabriel sulle tracce dell’ipotetico assassino di Paula, Lilian tenta di ottenere un’altra seduta di ipnosi per scoprire “tutta” la verità, per poter trovare nuovi dettagli rivelatori nella scena che aveva vissuto in stato ipnotico. L’ipnoterapeuta si dimostra irremovibile: è evidente come il rifiuto risentito di darle un altro appuntamento, nonostante Lilian, quasi disperata, si scusi della sua “arroganza” e si mostri quindi in tutta la sua fragilità, ci mostri una donna che non riesce ad andare oltre il proprio orgoglio ferito. Con estrema freddezza e determinazione, rigetta completamente l’accorata richiesta di aiuto. È chiaro che questo scivolone deontologico ha la funzione di smorzare l’entusiasmo, se non di Lilian, almeno dello spettatore rispetto al miraggio dell’ipnosi. A noi stimola una riflessione imprescindibile sulla necessità di saperci fare con noi stessi quando siamo alle prese con transfert e controtransfert negativi. Non è mai facile vivere né l’uno né l’altro e non possiamo banalizzarne l’esperienza che viene a scuotere le fondamenta stesse del desiderio dell’analista. Cosa ci può permettere di accoglierne, in qualche modo il suo fallimento senza chiudersi, come l’ipnoterapeuta, nella fortezza del proprio io disorientato, di quell’esperienza, a volte non solo destabilizzante ma anche dolorosa, che risveglia l’esigenza umana di un io sostanziale e compatto? Il desiderio dell’analista è nato un giorno dall’essere stati testimoni del passaggio dal trauma, dalla ferita originaria dell’esilio, al thaûma, allo stupore (questo il senso del termine greco θαῦμα) dell’insorgere del soggetto, come n’étant pas (lezione del 28 febbraio del Seminario XV), come mistero e impasse sia sul piano gnoseologico che ontologico. Il thaûma come meraviglia, infatti, non comporta l’affermazione di un essere sostanziale o il possesso di un sapere, ma ne rappresenta il cedimento: è l’evento del soggetto come fenditura ed eccedenza dell’attendibile sia a livello della realtà che del pensiero. Essere stati testimoni di questa esperienza, in noi e nell’altro, origina quel luogo in cui il desiderio dell’analista si rigenera come ad una sorgente, preservando l’autentica gioia di veder emergere il soggetto nell’analizzante senza avere nessun “progetto” particolare per “quel” soggetto che, in realtà, “non è”. Si tratta precisamente del concetto di “emersione” come Francisco Varela lo definiva in quanto co-generazione simultanea degli elementi e della forma (Autonomie et connaissance, pp 223-224).
Parafrasando il filosofo e biologo cileno, potremmo affermare che anche l’analista è quel “coraggioso navigatore” che trova una via diretta verso il punto in cui si produce la co-emergenza del soggetto e del suo mondo. Solo questa consapevolezza, che va costantemente rinnovata e sostenuta nel coraggio dell’atto, di un gesto, di una parola o di un silenzio, vi è reale possibilità di non identificarci a nessun tipo di successo o fallimento. L’esito dell’atto è sempre thaûma, eccedenza che resiste alla luce saturante ed artificiale di ogni significato e di ogni interpretazione e di cui nessuno mai è padrone. Siamo responsabili di preservare il vuoto originario in cui solo può insorgere il soggetto; quando ci accorgiamo che è il nostro stesso io a saturarlo, che sia con compiacimento o disillusione, siamo inequivocabilmente chiamati a riportare la rotta verso il luogo dell’emergenza.
Il fuoco
Il mistero finirà con l’’essere svelato, passando da episodi rocamboleschi come quello del ritorno di Lilian e Gabriel nella casa di campagna del marito di Paula per trovare prova della sua eventuale colpevolezza.
Alla fine del lungo viaggio narrato dal film, una trasformazione si è compiuta e Lilian non è più la stessa donna, la stessa madre, la stessa professionista: passando da momenti di tenerezza, di terrore, di delirio e persino di indubbia comicità, la tempesta che ha attraversato le ha permesso di accedere ad una luce e ad una verità diversa da quella che credeva di voler trovare a tutti i costi. Lilian ora sa apprezzare la penombra.Il suo sguardo è abitato da tutt’altra luce, discreta, ma calda e sensibilmente presente come quella del fuoco del camino. Non è la stessa luce che vuole illuminare a giorno e svuotare ogni mistero, quella luce abbagliante, ora sostenuta dall’ottuso razionalismo, ora dalla credenza paranoica, che aveva impedito per lungo tempo a Lilian di ascoltare sé stessa e i suoi pazienti. Non è un cammino semplice da prendere quello che conduce al cuore del pianto originario: che si sia orfani di un amore perduto, di un amore mai avuto o di un amore abusante, non se ne vuole sapere delle lacrime che hanno straziato il senso del nostro essere al mondo. Eppure, quali perle che, nella differenza assoluta (ultime righe del Seminario XI,) riflettono tutte la luce del mare e la sua promessa di vita, è necessario raccoglierle una ad una, nell’ombra dell’abisso in cui il dolore ci avvolge. Solo allora possiamo sederci accanto a un fuoco, caldo e luminoso, e, con quelle perle, costruire e decostruire infiniti e fragili gioielli di vita da condividere, da sostenere, da onorare. Si tratta di gesti, parole ed atti a cui l’analisi può dare fondamento: dal resto di luce che il buio origina, dal residuo ambrato di lacrime e sgomento inizia il travaglio, il trauma e il thaûma della rinascita.
Bibliografia
Recalcati M., Il trauma del fuoco. Vita e morte nell’opera di Claudio Parmiggiani, Marsilio, Venezia 2023.
Terminio N., Lo sciame borderline, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024.
Machado A., Proverbios y cantares, XXIX, in Campos de Castilla, Renacimiento, Madrid, 1912.
Varela F., Autonomie et connaissance, Essai sur le vivant, Editions du Seuil, Paris 1979.
Lacan J., Le Séminaire, Livre XV. L’acte analytique, Editions du Seuil, Paris 2024.
Lacan J., Le Séminaire, Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, Paris 1973.
Laznik, M-C., Vers la parole, Denoël, Paris 1998.